PARTE  1

A cura dell’On. Chiara Gribaudo, Commissione Lavoro Camera dei deputati
Mi corre l’obbligo di partire dalla Storia, per rendere onore al lavoro di questo provvedimento nato col governo Renzi.
Nel nostro Paese, in questi ultimi decenni, sono stati introdotti elementi di flessibilità nei rapporti di lavoro, che in un sistema contrattuale rigido si sono tradotti in precarietà.
Le intenzioni delle varie riforme giuslavoristiche sono state in gran parte disattese. Già prima del 2007 si poteva osservare come quelle misure non avessero granché aumentato il numero di occupati. Ma soprattutto, l’introduzione dei contratti a-tipici aveva portato ad una polarizzazione estrema del mercato del lavoro, aumentandone la conflittualità interna e le distanze tra generazioni, indebolendone la struttura e lo scambio di saperi e conoscenze, rendendo i percorsi personali frastagliati e spesso per nulla coerenti quanto a mansioni e competenze, tutto ciò a discapito della crescita professionale e delle scelte di vita… In definitiva, quelle riforme hanno fallito l’obiettivo di coniugare la “flessibilità” con la “sicurezza”. E nemmeno sarebbe bastato, per fare una battuta, fondere insieme queste due parole e tradurle in inglese per avere risultati migliori, come qualcuno ha pensato anche dalle nostre parti.

 

Tra il 2008 e il 2012, a perdere più facilmente la propria occupazione sono stati soprattutto i giovani, la mia generazione, che era entrata in quel mondo del lavoro più facilmente licenziabile e praticamente gratis. E quando il lavoro in genere è venuto a mancare per effetto della Crisi, non avendo il lavoro precario dei veri ammortizzatori, ognuno si è dovuto riadattare facendo leva sulle proprie competenze. Cosi è cresciuta la capacità di resistere nel mercato alla crisi economica, alle trasformazioni in continua evoluzione che investono tutto: dall’innovazione tecnologica alla produzione di beni e servizi, in un mondo in cui sono state messe in discussione le nozioni stesse di spazio e tempo.

E così intere fasce di professionisti e nuove professionalità fuori da schemi tradizionali sono aumentate nei numeri ed hanno contribuito alla formazione di 1/4 del Pil. In cambio si sono trovati redditi bassi, tassazione elevata e spesso zero tutele.

Con il Jobs Act il governo e la maggioranza hanno iniziato a porre i primi rimedi rispetto a tutto questo, eliminando i co.co.pro. e promuovendo il contratto a tutele crescenti come misura di stabilizzazione del mercato del lavoro. I dati ci dicono, fino ad oggi, che le nostre intuizioni erano giuste, e che quel lavoro dovrà essere proseguito e migliorato. Questa legge ne costituisce l’altra gamba fondamentale.

 

Ecco presidente, ho voluto ripercorrere un po’ di storia perché troppo spesso liquidiamo il nostro lavoro come fosse un fatto burocratico costantemente migliorabile, e questo certamente in parte è vero, ma non possiamo, noi che amiamo la storia e che preferiamo non parlare a sproposito di cadute di imperi o Rinascimento, come successo ieri in quest’Aula, non possiamo non ricordarci le ragioni profonde che ci spingono a discutere leggi importanti come quella che andremo a votare tra poco. Perché noi, cari colleghi, la politica la facciamo credendo nel suo valore, la facciamo per cercare di migliorare la vita delle persone, per questo lavoriamo e non rinunceremo alla fatica del confronto in nome del ben più facile gioco del ditino puntato sempre contro qualcosa o qualcuno o per dire “si, ma, però”…la facciamo e la faremo per il rispetto che nutriamo nelle Istituzioni e nei cittadini. La facciamo perché andava sanata una frattura con quei due milioni di donne e uomini, lavoratori autonomi non imprenditori, i quali non potevano attendere oltre un provvedimento che trasferisse loro un impianto di tutele complessive.

 

Se vogliamo parlare di storia, parliamo del perché un’intera generazione si è candidata alle scorse elezioni politiche. Volevamo portare altri punti di vista.Eccoli.

Avremmo fatto un torto innanzitutto a chi ha creduto in noi se non avessimo sanato questa frattura dopo le elezioni del 2013.
Questo disegno di legge, partito con il Governo Renzi, è un tassello importante per far sì che la riforma del lavoro, iniziata con il Jobs Act, sia davvero capace di stare nella modernità provando ad aggredire le conseguenze di una globalizzazione che forse abbiamo più subito che saputo cogliere come opportunità per rilanciare e aprire nuovi strumenti e misure universali. Ora lo stiamo facendo perché per troppo tempo si è fatto un torto a chi rappresenta in molti casi l’eccellenza, il talento, il coraggio, l’innovazione del nostro sistema produttivo.

Donne e uomini che vivono un paradosso: sono protagonisti del nostro tempo e della società della Conoscenza, ma vittime di una fragilità strutturale nei confronti del resto della popolazione attiva.

 

Pin It on Pinterest

Questo sito web utilizza i cookie. Utilizziamo i cookie per personalizzare contenuti ed annunci, per fornire
funzionalità dei social media e per analizzare il nostro traffico. Condividiamo inoltre informazioni sul
modo in cui utilizza il nostro sito con i nostri partner che si occupano di analisi dei dati web,
pubblicità e social media, i quali potrebbero combinarle con altre informazioni che ha fornito loro o che
hanno raccolto dal suo utilizzo dei loro servizi.
Acconsenti ai nostri cookie se continui ad utilizzare il nostro sito web. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi